PIEVE

DI

S.ANDREA

 

 

 

 

S. Andrea e’ ricordata come pieve rurale in un documento di compravendita del 1035 e piu’ tardi, nella famosa bolla di Eugenio III del 1145 (v. Forchielli, “La Pieve Rurale” Roma 1931).

La chiesa e’ a tre navate. Misura m. 20,20 di lunghezza; m. 11,50 di larghezza all’altezza del presbiterio (sulla linea della parete - facciata misura m. 11,35); m. 8,35 d’altezza.

 

È costruita in ciottoli e questo fatto le da’ un senso di arcaico. L’uso di questo materiale da costruzione dipende dalla poverta’ del luogo ai tempi della costruzione e dal fatto che di questo materiale, e’ ricca tutta la campagna all’intorno.

 

 

 

 

 

La traiettoria documentata dell’edificio e’ la seguente:

la costruzione attuale sorge su edificio romano;

a questo segui’ nell’alto medioevo un’altra costruzione cioe’ la chiesa cristiana primitiva;

piu’ tardi, nel secolo XI, sorse la basilichetta attuale.

La navata centrale e’ alta e slanciata ed il soffitto e’ a capriate.

Le colonne sono grosse e tozze con capitelli cubici mozzati

e anche molto rozzi. Le colonne sono costruite in tufo e cotto.

Immediatamente prima dell’abside maggiore,

invece di colonne, abbiamo due pilastri, uno per fila.

 

 

 

Fa parte a se stessa la prima colonna entrando in chiesa a destra, la quale e’ formata da due cippi romani, sovrapposti. E’questo uno degli elementi che documentano l’antica costruzione romana, di cui ho fatto cenno sopra, la quale era senz’altro un tempio pagano, come e’ provato anche da

 

un frammento di ara votiva adoperato nella parte inferiore di un pilastro e nel quale si parla di una dedica ad una divinita’ datata al 36 a.C. dal nome dei consoli Norbano e Lentulo forse dedicato a Diana. Manilio fu l’incisore dell’ara.

 

 

S. LEITUR

AE – V-S-L-M

CURATORE – C

MANILIO- M-F

C-NORBANO- L-L

ENTULO-CONS

S. [Offerente anonimo]

ALLA [DEA] LEITURIA

AD OPERA DI MANILIO

FIGLIO DI MARCO

DURANTE IL CONSOLATO

DI NORBANO e LENTULO

 

 

 

 

 

 

I critici d’arte stimano innanzi tutto I due Apostoli”, affresco riapparso dopo i restauri dell’abside, che a giudizio dei maggiori e’ attribuito al secolo XI e che viene avvicinato all’ arcaica Crocifissione di S. Pietro Incarnario in Verona. Non ci par possibile trascurare il fatto, che anche gli Apostoli di Sommacampagna, come la Crocifissione di S. Pietro Incarnario, testimoniano  vivissimi rapporti tra il mondo veronese del periodo e la contemporanea cultura oltremontana, piu’ precisamente germanica, segnante gli estremi bagliori della civilta’ carolingia.

A Sommacampagna le lunghe figure (delineate da sottili e profonde pieghe, cordonate d’ombra e sbalzate con forte aggetto, che animano l’impianto rigido imprimendogli ondulazione lenta e tortuosa) hanno diretto riscontro in particolare con una serie di ben note miniature e di lavori che nel passaggio dal X al XI secolo vengono comunemente messi in rapporto con i centri di S. Gallo e della Reichenau, opere che si caratterizzano per l’inquieta aspra ed eleganza del segno, entro statiche e piatte composizioni frontali.

In definitiva ci sembra riconoscere nell’affresco di Sommacampagna i primi chiari annunci di un orientamento culturale preciso e di determinata importanza per i futuri sviluppi della pittura romanica veronese.

 

 

 

 

Passo ad un secondo affresco che richiamerebbe “le suggestioni della tradizione pittorica carolingia”. E’ l’affresco della parete sud della navata principale (a cui corrispondono altri affreschi, deteriorati, sulla parete corrispettiva nord ). Offre due riquadri: il primo rappresenta la Visitazione e la Nativita’; il secondo, inferiore, rappresenta il martirio di un Santo (S. Erasmo?) legato alla ruota con naturalistica evidenza narrativa e circondato da un mosso gruppo di carnefici espressi in forme anche caricaturali ( un lungo naso....).

 

 

 

 

 

 

IL GIUDIZIO

 

 

 

 

C’e’ una somiglianza tematica abbastanza stretta tra questo giudizio universale e il grande giudizio in mosaico di Torcello. Quest’ultimo è in tre scomparti, dall’ alto in basso, e’ ricchissimo di figure e di scene e, com’e’ noto e’ datato al XII- XIII secolo.

Il giudizio di Sommacampagna si svolge in tre scomparti e di quello di Torcello prende gli elementi essenziali e fondamentali.

Il Gesu’ giudice sul trono sorretto dalle ruote, non circonfuso dal limbo, o mandorla, ma grande e maestoso, avendo ai suoi lati due Serafini (a Torcello sono piccoli e ai piedi del giudice ).

Ai lati di Gesu’ stanno la Madonna e S. Giovanni Battista e due Angeli con la tromba.

Ancora un parallelo esiste chiaramente fra il terzo scomparto di Torcello e il secondo di Sommacampagna: al centro il trono che sorregge la croce gemmata; ma sul trono di Sommacampagna poggia anche una candida colomba con le ali spiegate. In ambedue i giudizi i morti risorgono, e in ambedue i pesci che divorano i naufraghi o le fiere che sbranano gli uomini sono costretti a restituirli.

Del quarto scomparto di Torcello, sempre dall’alto in basso, rappresentante il Paradiso e l’Inferno, nessun cenno a Sommacampagna.

Del quinto scomparto di Torcello, ricco di scene, soprattutto infernali, c’e’ a Sommacampagna una sola figurazione ed e’ Abramo che accoglie alcune piccole figure nel suo seno, sulle sue ginocchia, secondo il testo evangelico (Luca 17,22: “E avvenne che il mendico mori’ e fu portato dagli Angeli nel seno d’ Abramo”.

Dalla parte opposta di Abramo ci sarebbe un’altra scena, ma pochi elementi figurativi rimangono cosi’ da non poterla decifrare.

Di un rapporto diretto fra Torcello e Sommacampagna non direi. Piuttosto ambedue vengono da un’unica iconografia tradizionale.

(Angelo Marini)

ALTRI AFFRESCHI

Madonna del latte

 

Santi Pietro e Paolo

 

San Zeno

 

San Giorgio

 

 

 

 

 

Bibliografia: G. Vincenzoni, S. Andrea, la millenaria chiesa di Sommacampagna, Verona 1940.

Claudia e Roberto Murari, La Pieve di S. Andrea e il ciclo degli affreschi, Demetra, Colognola ai Colli (Verona), 1997

 

Rivediamo l’affresco del Giudizio

 

 

 

Sempre da Ezechiele profeta viene attinto il particolare del trono mobile, provvisto di ruote.

Si scorgono infatti quattro ruote. Gli occhi indicano la onniveggenza divina. Il carro ricorda, invece, che Dio è presente ovunque, come soccorritore e giudice.

Cristo che siede sopra un trono. Ha uno portamento solenne e maestoso, quasi immobile. Lo sguardo è penetrante ed emana energia. Questa raffigurazione richiama quella iconica del Salvatore dall’occhio ardente. Ira scomposta o altri sentimenti simili non sarebbero conformi alla sua natura divina nè al suo ruolo di giudice imparziale. Solo con un semplice movimento della mano sembra accogliere o rifiutare. L’immutabilità divina era un tema caro alla cultura neoplatonica, assimilata poi dalla teologia cristiana. Siamo ben distanti dallo spirito dell’affresco michelangiolesco della Cappella Sistina: là Gesù solleva la mano in tono minaccioso. Qui si presenta come la Persona culminante della storia umana. Lo sdegno è vivo ma contenuto.

Alla sua destra e alla sua sinistra, a mo‘ di una scorta armata, stanno due Esseri celesti con grandi ali che coprono tutta la persona, costellate di occhi, conforme alla rappresentazione del profeta Ezechiele (1, 18).

 

 

 

 

 

 

 

Di fianco a Gesu‘ stanno Maria e Giovanni Battista in atteggiamento di preghiera. Si tratta di una ripresa del tema iconico delle Deesis (oppure intercessione). L’immagine ha origini orientali e deriva dal rituale imperiale: l’imperatrice [Maria] e gli altissimi dignitari hanna facoltà di chiedere al sovrano grazia per il condannato. Si esprime così l’efficacia della preghiera e del ruolo della comunità nella salvezza dell’individuo e la possibilità di recuperare chi si è smarrito.

 

 

 

Michelangelo, invece, nel suo affresco della Cappella Sistina, ha purtroppo eliminato la Deesis. Nel suo modo di vedere, il giorno del giudizio è solo dies irae: Maria, spaventata e rassegnata si ripara sotto il Figlio, mentre il Battista, preoccupato, se ne sta inerte tra gli altri santi.

Vicino a quest’ultimi, due angeli suonano la tromba (Mt 24, 31). Il pittore evita una simmetria perfetta delle quattro figure, cara ai bizantini. È evidente che la simmetria non piace più in modo marcato.

 

 

 

 

 

 

Sotto il trono  viene posta un’altra raffigurazione simbolica del medesimo evento. Vediamo un trono vuoto, prezioso, ornato da un velo di porpora. Su di esso sta appoggiata una croce gemmata. Davanti alla croce una colomba spicca il volo.

Si tratta dell’ultima evoluzione del tema bizantino dell’etimasia, ossia della grande attesa. Nei primi secoli dell’era cristiana, non si rappresentava mai il Crocifisso ma la Croce gemmata. Oltre ad evitare una raffigurazione dall’impatto emotivo molto forte, la croce gemmata sembrava sintetizzare meglio i tre aspetti più salienti del mistero di Cristo: morte e risurrezione e attesa del suo ritorno.

In seguito, come nel caso della nostra pieve, si è aggiunto un ulteriore motivo teologico, ossia la raffigurazione della Trinità. Il tronovuoto rappresenta il Padre invisibile, la croce gemmata richiama il Figlio e la colomba lo Spirio Santo.

Nell’ultima fascia vediamo un patriarca che accoglie a se‘ anime, rappresentate come persone minuscole: sono i giusti che vengono ammessi al seno di Abramo, sempre secondo un’espressione biblica (cf. Lc 16, 22: «il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo»).

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Ai lati del trono, due angeli stanno arrotolando un documento, come si faceva un tempo col il rotolo di papiro (la carta antica): simboleggiano la conclusione del percorso storico, secondo la simbologia biblica. Alle estremità della scena, in entrambi I lati, gruppi dipersone stanno risorgendo dalla tomba, ridestati dal suono della tromba.